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    Volevo diventare calciatore

    Un sogno irrealizzato che mi ha fatto bene

    Partiamo da qui: nonostante tutto il calcio mi piace ancora.  Scelgo che mi piaccia. Scelta impopolare questa, forse e’ anche un vezzo. La quotidiana amara rassegna stampa potrebbe portare a guardarlo con disgusto.

    Chi mi conosce, però, sa che coloro spesso fuori dalle righe, e’ più forte di me.
    Oggi colorare fuori dalle righe significa ammettere di essere nazional popolari passando per la partita di pallone della domenica, il calcetto con gli amici, Sanremo. L’ultimo snobismo radical chic (bobo, diremmo a Parigi) è disprezzare le icone nazionali ed addentare con dente superbo un boccone che ha un  buon sapore di domestica semplicità.

    Non mi emoziona l’Italia delle parate Istituzionali, ma l’Italia unita tutta intorno a Paolo Rossi, Bearzot e Pertini.

    Quando si era bambini, si andava a scuola e tutti avevano visto quella cosa lì, l’unica che si poteva vedere:  Carosello prima, un film qualche anno dopo, la finale di Coppa in tempo di mondiali. Ci si trovava davanti ad un meraviglioso ammortizzatore sociale: l’avvocato e l’idraulico, l’intellettuale ed la madre di famiglia, giovani e vecchi, quando ancora giovani e vecchi esistevano, e la differenza era una risorsa e si misurava con la presbiopia degli occhi, meno vedevi da vicino, più saggio eri (in greco la radice presbu- significa vecchio e poi deriva fino a saggio ed ambasciatore).
    Ora cosa condividiamo al bar davanti alla tazza di caffè’?

    Porto nel cuore amicizie con vari calciatori.
    Alcuni ce l’hanno fatta, altri pensano di avercela fatta perché’ sono ricchi sfondati, altri pensano di avere fallito ma sbagliano.

    Uno di questi, il più grande di tutti, non c’e’ più ma poco tempo fa, davanti ad un buon bicchiere di vino rosso, ha fatto in tempo ad insegnarmi che il salto e’ qua: mantenere il gusto del profumo di erba appena tagliata quando si entra in campo.
    Il calcio e’ la cosa più’ intuitiva, esiste una palla nelle strade di tutto il mondo.
    Che a rincorrerla siano bimbi poveri o ricchi, bianchi, neri, verdi o gialli.

    La palla ti fa tornare bambino e d’istinto, davanti ad una palla, tutti tirano un calcio, che sia palla di stracci, barattolo, pallone cucito da manine troppo piccole e sfruttate. Si improvvisano partite ovunque, perchè è bello prendersi questo tempo.
    Il professionismo mina l’istinto che avevamo:  se le telecamere, i Suv, le belle donne, talvolta non amate, sono l’unica faccia del successo, questo si rivela avere un prezzo troppo alto.
    Uccide il sogno che quegli atleti avevano mentre, qualche anno prima, giocavano, emozionandosi ed immedesimandosi, con le figurine di Maradona, Rumenigge, Zico, Scirea, Baggio, Vialli, Zola e Maldini.

    L’inquadratura dei singoli giocatori durante l’esecuzione dell’inno nazionale e’ forse il moderno catalogo delle navi dell’Iliade dove, nel secondo libro, le navi e gli eroi si lasciano ammirare e sono celebrati nelle parole.
    Il calciatore diventa così interprete di un’epica moderna e lui gioca nel ruolo dell’eroe.

    La linea d’ombra tra eroismo e vilta’ e’, come sempre, molto sottile e spesso viene violata.
    Sporcata e inquinata dal denaro, ma non solo.
    Mi piace il calcio che va sempre a farsi e mai a disfarsi.
    Vi giuro, pero’, che esiste ancora. Non riesco a non pensare che abbiamo ancora tanto bisogno di eroi, senza i quali non si riesce a costruire nessuna immagine di sè che aspiri a qualcosa di alto.

    Dentro lo spogliatoio mi sono formato tanto quanto nell’aula del mio amato Liceo Rinaldo Corso.
    La mattina c’era il mio professore di Italiano e Latino, Gino Schianchi, che mi insegnava la bellezza, quella assoluta della letteratura attraverso l’insegnamento dei classici o l’utilizzo della sintassi con cuore e perizia.

    Il pomeriggio avevo la stretta di mano all’arbitro o all’avversario, quello vinto o quello che ti aveva sconfitto.
    L’amore viscerale per il calcio e’ per la contesa leale, per la sfida in cui alla fine della stessa hai la certezza di avere dato tutto.

    Per me, ora che faccio un lavoro stupendo, sognare di “diventare calciatore” era cercare un’identità’, un’identità che fosse possibile e auspicabile; e, a quell’eta’, ogni cosa era possibile e auspicabile. Sognavo in grande, speravo ancora più in grande…

    Grazie a quel viaggio verso la seria A, mai raggiunta, quel ragazzino di 25 anni anni fa che oggi scrive, può dire di avere imparato a costruire sogni scovando, dietro alle sconfitte, malcelati doni della vita.

    Perché la vita, fa dire Capote ad un giudice bizzaro che si trasferisce temporaneamente su un albero insieme ad una banda di sconfitti, è una catena di vita.

    Alessio PIbe Lini


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    RSSCommenti (18)

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    1. lacina kone says:

      sempre bello.

    2. Gemmi says:

      Io ho la fortuna, Pibe, di conoscere da vicino la tua passione per il calcio.
      E dico “fortuna”, perché quando si tratta di calcio, il tuo entusiasmo è contagioso, come per quanto d’altro ti sta a cuore.
      Fra i momenti che mi tornano subito in mente, la partita Italia-Germania degli europei lo scorso giugno, quando non riuscivamo a stare seduti sulla poltrona.
      Ma anche il tifo ai tornei di San Quirino (che se ti chiamano Pibe, un motivo c’è).
      E poi, ovviamente, le partite in tv della domenica nel tuo appartamento con un calice Lini in mano.
      Come ben sai, non sono un’appassionata di calcio, ma di vita e d’amicizia sì.
      Grazie per questo articolo emozionante.
      Gemmi

      Ps: devo correggerti su un punto: ad ogni età, è tutto possibile e auspicabile. Sei tu a dirmelo sempre! ;-)

    3. angelo frungillo says:

      in questo piccolo racconto ho voluto spiegare dove nasce il mio amore per il calcio.

      La notte dell’Azteca, quando respiravo anche per Domingo

      Quanti anni sono passati da quella notte del 17 giugno del settanta, tanti, i miei riccioli neri, morbidi e piccoli, sono diventati radi e bianchi, mio papà è ancora lì ad attendere un’altra notte come quella, mio nonno non attende più. Eravamo tutt’e tre quella notte ad aspettare che si compisse il desiderio di vedere all’Azteca quello che io non avevo mai visto, quello che mio padre non ricordava, era troppo piccolo, e quello che mio nonno voleva rivedere. Tre generazioni d’Italiani che aspettavano, insieme a tutti gli altri, che guardavano con gli occhi sbarrati, fissi all’orologio, arrivato all’ultimo giro, mentre un sorriso mi mordeva le labbra, c’era silenzio in tutte le case, in tutte le strade, quel biondino, dal viso anche simpatico ed allegro, dallo sguardo un po’ spento, a metà fra l’oktober fest e la passeggiata romantica sui ponti a Venezia, ci fermò sulla sedia, e mi regalò il sapore dell’angoscia. Ancora mezz’ora senza sapere se accadrà, ancora mezz’ora fra le ombre che volteggiavano nella stanza, fra tante paure, e il cuore che batteva più forte. Mio nonno se li ricordava i tedeschi, ed anche mio padre. Quante volte di sera, sul finire della cena, mio nonno mi raccontava le storie di quell’Italia che non avevo visto, di quell’Italia povera, e che si credeva guerriera, ma non lo era, che si credeva potente, ma non lo era, che si credeva figlia di Roma, ma non lo era. Quante sere ho passato ad immaginare come doveva essere un soldato della Wermacht sull’uscio di casa, e come doveva essere non avere nulla da mangiare. Quando scartavo il grasso dal prosciutto mi arrivava sempre la solita frase della mamma: ”L’avessimo avuto in tempo di guerra, quel grasso”. I tedeschi erano famosi in casa mia, e per la prima volta nella vita li stavo affrontando anch’io, insieme a tutti gli altri italiani, assieme a mio padre ed a mio nonno, assieme a quegli undici ragazzi, che a volte mi sembravano eroi d’Omero ed a volte pulcini bagnati ed impauriti. Il tempo sembrava essersi fermato, quella notte, sembrava tutto si dovesse concludere in quella mezz’ora, ogni minimo movimento appariva come quello decisivo e risolutivo, ogni respiro era più affannato, ogni sguardo si faceva indagare come se fosse lo sguardo di chi conosceva l’esito, ed ogni cuore disperava e gioiva. Il tempo traslava nella testa di ognuno ad altri giorni, ad altre storie, ad altra gente, ma non passava, non sembrava più essere dove si era, sembrava partire per altri luoghi.“Quanti Italiani ci sono in Germania ? Per quelli bisogna vincere.” Una frase, gridata da un balcone vicino, a rompere il silenzio, a riportare tutti a quella sera, a quel momento. Era tutto grigio, bianco e nero, noi grigi, loro bianchi, il bianco sembrava più vivo, sembrava correre più forte, sembrava invincibile. Cominciavo a trattenere il fiato, e cominciavo a respirare dietro le spalle di Domingo, quasi a spingerlo, in quelle sue affannose ed infinite corse a rincorrere qualcuno o a scappar via. Domingo, dal viso scavato, gli occhi grandi, tutto spigoli, la barba del giorno prima, e la mano alta, a parlare, a chiamare, ad urlare, Domingo, che volava via, che sembrava non farcela più, e poi si raggomitolava e ripartiva, Domingo, che aveva gli occhi spaesati come un soldato l’otto settembre, Domingo correva per tutti, per quelli che erano lì, e per quelli che erano a casa. E quella mezz’ora diventava ogni istante più lunga dell’infinito, o più breve di un lampo, ed i pensieri viaggiavano alla stessa velocità, e le domande nella testa si facevano strane, improvvisamente mi ritrovai a pensare: “Ma anche i tedeschi sono svegli adesso, e sono stremati come noi?” E quella sera iniziai a voler bene ai tedeschi, ed a amare il senso di lealtà, e la bellezza malinconica della sconfitta. Il silenzio durava pochi eterni minuti, le urla duravano il tempo d’un respiro, c’entrava tutto in quegli istanti, anche il mio maestro che l’aveva detto, ed il maresciallo di fronte, che per lui , quello che viene viene già è tanto. Ma per me no, per me che respiravo più forte ogni minuto che passava, per me che spingevo Domingo con lo sguardo, per me no, io volevo vedere quei ragazzi che parlavano come me alzare le braccia verso il cielo, e gridare al mondo che eravamo vivi. Finì in un lago di sudore, finì fra tanto rumore, tante urla, tutte le auto correvano per ogni strada, senza meta, e quanti tricolori a sventolare, era la prima volta che vedevo tutti quei tricolori, e tanta gente di ogni età ballare in strada, e fare rumore con tutto quello con cui è possibile. Io no, restavo a guardare, non avevo più fiato, l’avevo speso tutto insieme a Domingo.

      .

    4. gianni says:

      …..il calcio mi ha salvato tante delusioni ma tante gioie il profumo dell’erba la palla che gonfia la rete vuoi mettere ora sono a spasso (senza squadra per mia scelta e per infortunio di gioco grave)potevo allenare i ragazzi ma non e’ la stessa cosa mi son prteso un’anno sabbatico certo che se arrivasse qualche buona proposta ora difficilmente la rifiuterei….ciao pibe il bomber ormai ex gianni russo

    5. gianni says:

      p.s. son contento cosi’ di quello che il calcio mi ha dato poteva andare meglio ma anche peggio oggi ho un lavoro e sono felice cosi’che e’ quel che piu’ conta ciao pibe

    6. gianni says:

      belle parole e belle emozioni mi hai regalato io che sono cresciuto a quarto oggiaro e ho sognato come te di arrivare in alto ma mi sono fermato alla serie c ed ora che non gioco piu’ per motivi anagrafici e fisici ho quasi 42 anni…..faccio fatica a distanza di qualche mese dall’addio dallo sport per me piu’ bello del mondo a pensare che non gridero’ piu’ per un gol fatto o una bella vittoria gli allenamenti…tutto questo mi manca un sacco ma i piu’ bei ricordi sono nel cortile di casa mia dove le partite erano infinite ed organizzavo tornei con gli altri cortili con in palio coppe e medaglie vorrei tornare indietro nel tempo e fare qualche scelta diversa ma ormai e’andata ciao pibe grazie….

    7. TomMonterosso says:

      Si rincorre un pallone per inseguire un sogno….bellissimo artcolo pibe!

    8. J... says:

      Ognuno si emoziona sogna e si esalta come può ma onestamente questo mi sembra onestamente un temino di italiano da seconda superiore scritto in stile “Libro Cuore”.

    9. polemicoxnatura says:

      mi piace molto come scrivi ,arrivi davvero al cuore.
      detto’ cio’ fallito quel sogno hai trovato un lavoro stupendo hai scritto e questa è una fortuna enorme,io odio il mio lavoro oltre a non essere remunerativo.giocare a calcio mi piacera’ sempre ma l ambiente è davvero marcio ,calciatori figa veline ricchezza sfrenata di ventenni ultraviziati.poi cè tutto il resto,ma ormai la gente vede solo quella parte.+ le partite truccate

    10. Chiara says:

      Non amo il calcio, mai amato, per le mille implicazioni socio-economico-politiche che si porta dietro. Per il muro che crea fra chi lo ama e chi non lo ama. E per superare quel muro ho imparato a guardarlo, a commentarlo, solo per condividerlo con le persone che amo. Ma grazie alle tue parole oggi ho capito il PERCHE’ lo amate tanto.
      Mi hai emozionato. Ho imparato.
      Grazie

    11. Medusina22 says:

      Come al solito hai detto tutto, hai detto quello che dovevi, potevi e volevi dire. Innamorata delle tue parole da sempre, devo tornare “banalmente” a complimentarmi per queste. Leggo e rileggo questa vera e proprio pagina di diario, dire che ho gli occhi lucidi è da “nazional popolare”? Che sia. Bravo Pibino, come sempre!!!

    12. Serena says:

      Bravo. Profondo, sincero

    13. Emanuele says:

      …perchè tutto ebbe inizio nel campetto di Mandrio dove nell’intervallo si beveva un the caldo.
      Bei ricordi PIBE.
      Ciao Manu

    14. Marchino says:

      “Il pomeriggio avevo la stretta di mano all’arbitro o all’avversario, quello vinto o quello che ti aveva sconfitto.
      L’amore viscerale per il calcio e’ per la contesa leale, per la sfida in cui alla fine della stessa hai la certezza di avere dato tutto”.
      Da bambini ho avuto la fortuna di giocare a calcio un sacco di volte con il Pibe Alessio. Tra di noi, lui era sicuramente il più forte. Eppure quelle partite infinite, nel campetto dietro la chiesa, non le ricordo con affetto per questo, per chi era più forte o più debole, per chi, al momento di costituire le squadre, veniva scelto per primo o per ultimo, per chi passava la palla oppure per chi non la passava mai. Il fatto è che lì, in quel momento, ognuno di noi inseguiva un sogno, non importa se grande o piccolo, se importante o insignificante, se irrealizzabile o a portata di mano. La cosa fondamentale era avercelo in mente, un obiettivo. E, anche senza dirlo, condividerlo con gli altri, attraverso la bellezza semplice di qualche ora passata insieme a rincorrere un pallone.
      Sembrerà ridicolo, ma per me rinnovare l’abbonamento a Sky Sport – con tutte le brutture pallonare che quotidianamente vengono servite in prima serata – beh, è rimanere attaccati a quell’idea là: adesso che magari la capacità polmonare non è più quella di una volta, condividere sogni (che ci sono ancora) e progetti (che ci sono ancora) con gli amici. Mentre in tv passa l’Inter.
      Che si vinca o che si perda.
      Aggiungo un link che so il Pibe apprezzerà (e che dice un sacco di cose): http://www.youtube.com/watch?v=aB04CShzGvk

    15. LV says:

      Grazie delle emozioni, della forza di mettersi in gioco. Perchè nella vita per segnare i rigori, bisogna avere il coraggio di tirarli. Eroico. Pibe.

    16. Daniele says:

      Anni di guerre, soprusi, assassini, morti casuali e compagnia sanguinosa. Non togliete dalle teste pensanti la libertà dello sfogo, del gioco, dello sport. Riflessione condivisa, Alessio. Ciao.

      D.C.

    17. Katia says:

      “La sorte appaga i nostri desideri, ma a modo suo, per poterci dare qualcosa al di là dei desideri stessi.”
      Johann Wolfgang Goethe

    18. MIRCO says:

      se hai bisogno di eroi cercali altrove.
      uomini e donne che donano la propria vita ce ne sono e molti, ma non li trovi su di un campo a giocare a pallone e ripeto: A GIOCARE

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