I giovani e l’arte di… adattarsi
redazione | Sep 19, 2012 | Comments 1 |

Più del 30% (di chi un lavoro ce l’ha) non fa quello per cui ha studiato
“Più è alto il livello di istruzione e formazione dei lavoratori più ciò andrà a vantaggio del sistema produttivo, a patto di utilizzarlo”: dimostrando questo assunto l’americano Gary Becker ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 1992. In Italia, però, questo principio sembra non funzionare.
Il Rapporto sul mercato del lavoro presentato al Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, evidenzia, infatti, uno scenario alquanto problematico, di forte scollamento tra istruzione e posizione lavorativa.
Innanzitutto, solo il 10% dei giovani tra i 20 e i 24 anni associa allo studio una qualche esperienza lavorativa (contro livelli superiori al 60% in Danimarca e vicini al 50% in Germania e Regno Unito, al 25% in Francia e oltre il 20% della Spagna): da questo deriva il fatto che da noi per trovare il primo impiego ci si metta in media più di due anni, quando in Germania ne bastano 18, in Danimarca 14,6, nel Regno Unito 19,4.
Dire che nel nostro Paese c’è un problema di sovra istruzione è, però, sbagliato, poiché nelle classifiche internazionali siamo agli ultimi posti per i bassi livelli di laureati e diplomati. Ma se si considerano le richieste reali del nostro sistema produttivo, il quadro si fa più chiaro: il sistema delle piccole imprese, che domina l’economia italiana, infatti, “non riesce a creare sufficiente numero di posti di lavoro qualificati, per cui, da un lato ci si trova a importare manodopera non qualificata dall’estero mentre, dall’altro, si assiste da tempo a una fuga di cervelli”.
Infatti, secondo il rapporto, “per circa un quarto degli occupati tra i 15 e i 64 anni (5,2 milioni di persone) si registra, nel 2011, una mancata corrispondenza tra il titolo di studio conseguito e la professione esercitata”. Un fenomeno che riguarda soprattutto i giovani lavoratori, che sono più istruiti: “il 35,2% degli occupati con meno di 35 anni è impiegato in lavori che richiedono una qualifica più bassa rispetto a quella posseduta, mentre tale percentuale scende al 12,6% per gli occupati dai 55 anni in su”.
Per quanto riguarda l’inserimento nel mondo del lavoro attraverso i contratti a termine, l’analisi eseguita nel rapporto “evidenzia come l’occupazione a termine abbia ridimensionato il suo ruolo di trampolino o comunque passaggio per entrare nell’occupazione permanente e abbia invece creato un segmento a sé stante di occupati”. Se prima della crisi quasi il 29% degli occupati a termine diventava permanente l’anno successivo, “ora questo vale per il 23% dei temporanei” mentre coloro che finiscono disoccupati sono saliti dal 16 al 19%.
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Redazione Global Publishers
Fonte: Corriere.it
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vero! e questo vale anche per chi ha frequentato corsi di studio a numero chiuso, assurdo, vorrei sapere dov’è il lavoro per i laureati in educazione motoria preventiva adattata, visto che i fisioterapisti non mollano i pazienti dopo riabilitazione post-trauma e le palestre, piscine assumono personale non qualificato forse perchè sottopagato…..e ancora oggi a Pavia continua ad esserci questa interfacoltà…..e poi, com’è che chi si laurea nella stessa cosa all’università Cattolica più facilmente trova lavoro???