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	<title>Tutto sul Lavoro &#187; riforma</title>
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		<title>Un&#8217;alternativa alla pensione INPS?</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 03:50:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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      Perché serve rilanciare la previdenza complementare Il nuovo Governo Letta si è insediato e ora, oltre ai temi del lavoro e della produttività, si ritrova a dover affrontare il problema delle pensioni e delle criticità createsi con la Riforma Fornero. E, come accade sempre in questi casi, nel momento in cui il dibattito sul sistema [...]]]></description>
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      <h5><span style="color: #993300;"> Perché serve rilanciare la previdenza complementare</span></h5>
<p><img class="size-full wp-image-36816 alignnone" title="inps2" src="http://tuttosullavoro.libero.it/wp-content/uploads/2013/05/inps2.jpg" alt="" width="611" height="241" /><span id="more-36815"></span></p>
<p>Il nuovo Governo Letta si è insediato e ora, oltre ai temi del lavoro e della produttività, si ritrova a dover affrontare il problema delle pensioni e delle criticità createsi con la Riforma Fornero. E, come accade sempre in questi casi, nel momento in cui il dibattito sul sistema pensionistico si anima, torna a parlarsi di previdenza complementare e del suo scarso successo registrato in Italia. Una realtà che, nonostante le dichiarazioni di principio, risulta di fatto essere poco incentivata, anche a causa di regole fiscali non sempre uniformi. Se a ciò aggiungiamo poi una consistente dose di disinformazione, si riescono a comprendere alcune delle ragioni per cui la previdenza integrativa ha poco successo tra gli italiani.</p>
<p>Lo stesso presidente della Consob, Giuseppe Vegas, ha risollevato nuovamente la questione nel corso di un incontro a Milano, sottolineando come “<em>la scarsa presenza di operatori specializzati nel comparto, unitamente alla ridotta consapevolezza da parte dei lavoratori del livello di copertura che il primo pilastro sarà in grado di assicurare nel tempo, disincentivano lo sviluppo di forme pensionistiche complementari</em>”. Nonostante, infatti, con la Riforma Fornero gli italiani abbiano maggiormente preso coscienza del rischio di ritrovarsi con pensioni misere e lontane nel tempo, permane tuttora una sorta di diffidenza nei confronti di strumenti previdenziali alternativi. Un approccio che vede ancora il sistema di previdenza obbligatoria come un mezzo sufficiente a garantirsi un tenore di vita adeguato al momento del ritiro.</p>
<p>E le iniziative di informazione in materia di fondi pensione e pensione integrativa non mancano di certo. Basti pensare alla Giornata Nazionale della Previdenza 2013 che si terrà i prossimi 16-17-18 maggio a Milano, durante la quale verranno trattati diversi temi legati al mondo del welfare, e dove emergeranno proposte per rilanciare la previdenza complementare. Sì perché, in realtà, in Italia non si è radicata a fondo l’idea di un sistema previdenziale articolato su più pilastri, di un sistema che non sia composto cioè unicamente dalla pensione obbligatoria. Le forme integrative vengono ancora percepite come un qualcosa di estraneo, fuori dalla norma. Secondo un ultimo studio realizzato dal Censis per la Covip (la Commissione di vigilanza sui Fondi Pensione), i giovani lavoratori tra i 18 e i 34 anni sono consapevoli che l’importo della propria pensione sarà magro, considerato che – ad esempio – il 30% del campione dell’indagine crede che l’assegno che percepirà sarà inferiore alla metà del reddito attuale. A ciò si associa il timore, manifestato dal 39% degli intervistati, di dover trascorrere la vecchiaia in ristrettezze economiche, divenendo quindi necessario integrare la pensione pubblica con altre forme di risparmio: in primis, i titoli mobiliari (38.8%), poi il mattone (19%), ed infine la previdenza complementare (17,4%). In generale, pur non essendoci effettive preclusioni ideologiche verso il sistema complementare, considerato che il 42% dei lavoratori ritiene che la combinazione tra pensione di base pubblica e pensione privata integrativa sia la scelta più sicura, permane un 40% di lavoratori che vede più affidabilità in un sistema unicamente pubblico. E la ragione principale che frena l’adesione ai fondi pensione risiede nella mancanza di risorse economiche da destinarvi (il 41% dei lavoratori dichiara infatti di non poterselo permettere), contro un 28% che non si fida degli strumenti finanziari in questione, un 19% che si considera troppo giovane per pensare alla pensione, ed a un 9% che preferisce lasciare il TFR in azienda.</p>
<p>Come predetto, manca dunque un impianto informativo che raggiunga direttamente in contribuenti, dando loro risposte precise, trasparenti e semplici circa la previdenza complementare. A ciò &#8211; riprendendo le dichiarazioni del presidente Consob &#8211; occorre poi affiancare una riforma fiscale omogenea in materia, divenendo essenziale rimuovere prontamente “<em>gli ostacoli allo sviluppo dei fondi pensione, in primo luogo modificando il regime fiscale e la disciplina sulla trasferibilità delle posizione maturate</em>”.</p>
<p>Laura Giulia Cerizza<br />
Redazione Global Publishers</p>
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		<title>Urge una riforma del welfare</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Apr 2013 03:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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      Mastrapasqua: l&#8217;INPS rischia il collasso Si torna a parlare di INPS e del rischio che il sistema previdenziale ed assistenziale da esso fornito vada in default per mancanza di risorse. Entrate insufficienti, buco di bilancio, incapacità di erogare le pensioni. Queste le circostanze allarmanti che, a più riprese, sono state denunciate da varie voci. Voci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[      
            
            
            
      <h5>Mastrapasqua: l&#8217;INPS rischia il collasso</h5>
<p><img class="size-full wp-image-35714 alignnone" title="borsa" src="http://tuttosullavoro.libero.it/wp-content/uploads/2013/04/borsa.jpg" alt="" width="611" height="241" /><span id="more-35713"></span></p>
<p>Si torna a parlare di INPS e del rischio che il sistema previdenziale ed assistenziale da esso fornito vada in default per mancanza di risorse. Entrate insufficienti, buco di bilancio, incapacità di erogare le pensioni. Queste le circostanze allarmanti che, a più riprese, sono state denunciate da varie voci. Voci sempre opportunamente smentite e seguite da rassicurazioni da parte sia del Governo, tramite il Ministro Fornero, che dello stesso numero uno INPS, Antonio Mastrapasqua. Ma ora è proprio il presidente dell’ente previdenziale a riportare l’attenzione sul problema di un eventuale collasso dei conti e dell’impossibilità nel breve periodo di continuare a pagare le prestazioni previdenziali.</p>
<p>Lo scorso 22 marzo, infatti, Mastrapasqua avrebbe inviato a Governo e Ministero del Lavoro uscenti una lettera auspicando un intervento di riforma non solo in materia di pensioni,  ma in generale in tema di welfare, mutando le fondamenta che caratterizzano il sistema instaurato nel nostro Paese. Un sistema che, così come è impostato, è giunto ad un punto critico: le entrate contributive non sono più in grado di coprire le uscite. Come si legge nella citata missiva, il presidente INPS sostiene che <span style="text-decoration: underline;"><strong><em>“ci vorrebbe qualcuno che mettesse mani a una riforma complessiva del welfare, dove sono comunque presenti anche le pensioni”</em></strong></span>, sottolineando come sia necessario “<em>avere il coraggio non solo di intervenire sul sistema previdenziale e sull’età di pensionamento ma sulle singole voci di pagamento, in modo chirurgico</em>”. Un altro ritocco dunque, ma con un approccio differente, considerata l’impossibilità di agire esclusivamente sul lato delle entrate aumentando le aliquote contributive.</p>
<p>Ed in merito all’operato dell’Esecutivo Monti, Mastrapasqua ha in un certo senso ridimensionato il suo entusiasmo manifestato nell’anno passato, evidenziando come “<em>dal ’92 a oggi sono state fatte sette macroriforme pensionistiche e trenta microriforme legislative. La riforma Fornero, che non condanno né difendo, è stata decisa per alcuni aspetti, sull’onda emozionale e senza costrutti tecnici. Si tratta di un momento particolare</em> – conclude -, <em>con l’Italia che aveva un problema di credibilità</em>”. Onda emozionale o no, la parentesi Fornero non ha quindi definitivamente messo in sicurezza la solvibilità del nostro sistema previdenziale, a differenza di quanto dichiarato da Mastrapasqua in precedenza.</p>
<p>Tuttavia, il presidente INPS riconosce al Governo tecnico di aver contributo con 200 milioni al risanamento dei conti pubblici, una somma che raggiunge quasi il miliardo quest’anno, sottolineando però come “<em>il grosso dell’impatto sulla sostenibilità dei conti pubblici è nel medio-lungo termine, con circa un punto e mezzo percentuale dopo 10-12 anni</em>”. Un tempo che forse i conti dell’Istituto previdenziale non possono attendere. L’Ente, infatti, rischia il tracollo, con concreta difficoltà nei prossimi anni di garantire l’erogazione della pensione a chi è in procinto di ritirarsi dal lavoro. Una situazione di instabilità riconducibile al prosciugamento delle riserve subìto dall’INPS negli ultimi anni; se all’inizio del 2011, infatti, le riserve erano pari a circa 41 miliardi euro, attualmente esse raggiungono a malapena la soglia dei 15 miliardi, con un crollo di 26 miliardi di euro in due anni. E secondo il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’INPS, tale prosciugamento è riconducibile a due cause principali: la fusione tra INPDAP e INPS, che ha posto a carico di quest’ultimo un deficit di bilancio di 10 miliardi di euro accumulato dalla Gestione dei dipendenti pubblici; ed il buco di 30 miliardi di euro generato dalle Pubbliche Amministrazioni a causa del mancato pagamento dei contributi pensionistici a molti dei propri dipendenti.</p>
<p>L’origine del problema, in realtà, risiede in un concetto semplice, ripreso anche da Mastrapasqua: “<span style="text-decoration: underline;"><strong><em>Il sistema pensionistico in Italia è a ripartizione, come in tutto il resto del mondo, ma se manca la forza lavoro non si pagano più le pensioni</em></strong></span>”. Se il lavoro dunque scarseggia e non si riescono a versare i contributi viene meno la linfa vitale che nutre il nostro impianto previdenziale. Portandolo al collasso.</p>
<h4>Tutto ciò che occorre sapere per <span style="color: #3366ff;"><a href="http://www.globalpublishers.it/Ebook/SAPER-LAVORARE-L-essenziale-in-5-e-book/flypage-ebook1.tpl.html"><span style="color: #3366ff;"><strong>lavorare bene</strong></span></a></span></h4>
<p>Redazione Global Publishers<br />
<em>Fonte: Businessonline.it</em></p>
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		<title>La riforma Fornero secondo le aziende</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Mar 2013 06:40:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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      Ecco a cosa è servita (ben poco) Sconfortante il quadro che emerge rispetto alla valutazione che le azienda fanno della riforma del lavoro introdotta dal Governo Monti e che prende il nome dal ministro Elsa Fornero. Infatti, per quasi tre imprese su quattro (73%) la riforma Fornero non diminuisce il costo del lavoro. Per il [...]]]></description>
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      <h5>Ecco a cosa è servita (ben poco)</h5>
<p><img class="size-full wp-image-34839 alignnone" title="lavoro2" src="http://tuttosullavoro.libero.it/wp-content/uploads/2013/03/lavoro2.jpg" alt="" width="611" height="241" /><span id="more-34838"></span></p>
<p>Sconfortante il quadro che emerge rispetto alla valutazione che le azienda fanno della riforma del lavoro introdotta dal Governo Monti e che prende il nome dal ministro Elsa Fornero. Infatti, per quasi tre imprese su quattro (73%) la riforma Fornero non diminuisce il costo del lavoro. Per il 66% delle aziende non aumenta l&#8217;occupazione. Per il 59% non introduce competitività nel sistema, e per una su due (il 52%) non facilita i licenziamenti e non favorisce l&#8217;instaurazione di rapporti di lavoro più stabili.<br />
Unico obiettivo raggiunto? Per il 54% delle imprese serve a ridurre gli abusi legati all&#8217;utilizzo improprio di forme contrattuali flessibili. Che in assoluto è un bene, ma rapportato alla situazione corrente non fa che ridurre le possibilità di impiego, soprattutto per i più giovani. Se, infatti, non si assume di più né si stabilizza il precariato, diminuiscono solo le possibilità di conquistare un contratto, uno qualunque.</p>
<p>Infatti, gli intervistati (oltre 500 aziende tra metà dicembre 2012 e fine gennaio 2013 ) hanno dichiarato, tra gli effetti della riforma Fornero, una diminuzione del ricorso a contratti di collaborazione a progetto (51%), partite iva (45%), contratti di inserimento (45%) e a tempo determinato (42%); mentre, <strong>è aumentato il ricorso ai contratti di apprendistato</strong> (per il 50%) e ai contratti di somministrazione a tempo determinato (per il 36%). I contratti che a seguito della riforma sono stati trasformati o abbandonati da almeno la metà del campione sono, invece, quelli di inserimento, associazione in partecipazione, lavoro intermittente.<br />
Fra i contratti che sono stati trasformati il 76% è stato convertito in un&#8217;altra forma contrattuale flessibile e solo il 24% in contratti a tempo indeterminato. Fra le forme flessibili verso cui le imprese si sono dirette prevalgono i contratti a tempo determinato (19%), quelli in somministrazione a tempo determinato (17%), partite iva e collaborazioni a progetto (14%) e i contratti di apprendistato (12%).</p>
<p>Il problema principe, infatti, non viene risolto e rimane lo scoglio fondamentale che separa il lavoratore (precario) dall’assunzione: è il costo del lavoro, ancora troppo alto perché le aziende scelgano un’assunzione a tempo indeterminato rispetto alle numerose altre possibilità di avvalersi dell’opera di una risorsa. Questo nodo non è ancora stato sciolto e finché non si affronterà, l’occupazione in Italia non è destinata ad aumentare.<br />
Stefano Colli-Lanzi, ceo di Gi Group e presidente di Gi Group Academy, afferma in proposito: “Pensiamo che sia necessario agire su leve strutturali, ovvero: fare investimenti produttivi che vadano a lavorare sugli asset del Paese e che siano in grado di far ripartire l&#8217;occupazione; spostare la tassazione dal lavoro ad altre fonti di reddito con una riduzione, anche cospicua, del cuneo fiscale. Inoltre, a livello di mercato del lavoro, riteniamo si debba agire su tre aspetti: incentivare l&#8217;<a href="http://tuttosullavoro.libero.it/gallery/34556/l%E2%80%99apprendistato-non-decolla/"><span style="color: #3366ff;"><strong>apprendistato</strong></span></a> come contratto di inserimento, rendere l&#8217;outplacement obbligatorio, o quantomeno fortemente incentivato, per tutte le aziende che licenziano, e ridare centralità al contratto a tempo indeterminato, limitando solo a casi autentici il ricorso a forme di lavoro autonomo e demandando, invece, alle agenzie per il lavoro la buona flessibilità”.</p>
<p>Voi che ne pensate?</p>
<h4>Tutto ciò che occorre sapere per <a href="http://tuttosullavoro.libero.it/category/annunci-di-lavoro/"><span style="color: #3366ff;"><span style="color: #3366ff;"><strong>lavorare bene</strong></span></span></a></h4>
<p>Redazione Global Publishers<br />
<em>Fonte: IlSole24Ore</em></p>
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		<title>IMU: chi sarà più colpito?</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jun 2012 06:50:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Cerizza</dc:creator>
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      Ci siamo. La scadenza per il pagamento della prima rata dell’IMU è alle porte. Il 18 giugno milioni di italiani dovranno nuovamente aprire il portafoglio, ormai agonizzante dopo le lacrime e il sangue dei mesi passati. Nessuna proroga dunque, come ribadito con risolutezza dal Viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli, all’incontro dei giovani imprenditori a Santa Margherita [...]]]></description>
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      <p><a href="http://tuttosullavoro.libero.it/gallery/16574/imu-chi-sara-piu-colpito/attachment/tasse2-4/" rel="attachment wp-att-16575"><img class="size-full wp-image-16575 alignnone" src="http://tuttosullavoro.libero.it/wp-content/uploads/2012/06/tasse2.jpg" alt="" width="611" height="241" /></a></p>
<p>Ci siamo. La scadenza per il pagamento della prima rata dell’<a href="http://tuttosullavoro.libero.it/gallery/11193/novita-per-imu-co/"><span style="color: #ff0000;">IMU</span></a> è alle porte. Il 18 giugno milioni di italiani dovranno nuovamente aprire il portafoglio, ormai agonizzante dopo le lacrime e il sangue dei mesi passati. Nessuna proroga dunque, come ribadito con risolutezza dal Viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli, all’incontro dei giovani imprenditori a Santa Margherita Ligure. “Ciò che dovevamo fare per l’IMU l’abbiamo fatto. Non capisco la domanda. Siamo intervenuti”, questa la risposta a chi ipotizzava un eventuale rinvio della gravosa tassa.<br />
Siamo dunque tutti sulla stessa barca. Più o meno, visto che la mannaia si abbatterà sì su ogni cittadino, ma non in modo uniforme. Chi saranno i più colpiti?</p>
<p>Secondo una simulazione realizzata dalla CGIA di Mestre, <strong>sono i proprietari di seconde case quelli che se la passeranno peggio</strong>. Quasi la metà del gettito totale stimato (44,8%), infatti, proverrà dalle loro tasche. Ragionando invece per categorie più ampie, l’IMU graverà per il 62% sulle famiglie italiane, e per il 38% sulle attività economiche.<br />
Ma vediamo qualche numero in termini di gettito atteso.<br />
Il fisco italiano ha previsto entrate per 21,4 miliardi di euro mentre, in base ai risultati della CGIA, tale somma sarà inferiore e ammonterà a 18,4 miliardi di euro. La differenza dipende dal fatto che, nei suoi calcoli, l’Associazione di Mestre non ha tenuto conto dei terreni e degli immobili situati nelle Province Autonome di Trento e Bolzano, oltre che di tutte quelle proprietà con scopo potenzialmente “no profit”. Dati alla mano, secondo la simulazione, 3,1 miliardi di euro saranno sborsati dai proprietari di prima casa (cioè il 17,2% del totale), 8,2 miliardi da chi possiede seconde e terze case (44,8%), e 7 miliardi circa dagli imprenditori (38%).</p>
<p>Una batosta davvero difficile da digerire. Lo stesso segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi, ha dichiarato che: &#8220;In una fase recessiva che in questi ultimi tempi ha contratto ulteriormente i consumi, l’applicazione di questa nuova imposta inciderà non poco sui bilanci delle famiglie e delle imprese, con gravi ripercussioni su tutta l’economia”. Forse però non tutto è perduto. Il Governo infatti, come sottolineato da Bortolussi, “si è riservato la possibilità di modificare le aliquote entro il 10 di dicembre”.<br />
Attendiamo il miracolo.</p>
<p>Sfoglia gli <span style="color: #ff0000;"><a href="http://tuttosullavoro.libero.it/category/annunci-di-lavoro/"><span style="color: #ff0000;"><strong>ANNUNCI DI LAVORO</strong></span></a></span></p>
<p>Laura Giulia Cerizza</p>
<p>Redazione Global Publishers<br />
<em>Fonti: Cgiamestre.com, TMnews.it</em></p>
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		<title>Esodati: la verità</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jun 2012 06:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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        Altro che 65.000. Gli esodati potrebbero essere, in realtà, ben 390.200. Migliaia e migliaia di lavoratori che, a causa del Decreto Salva Italia e del Milleproroghe, si ritrovano in una situazione paradossale: niente stipendio e niente pensione. Una sorta di limbo. Ma ciò che ha fatto davvero scalpore è il come questi dati siano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[      
            
            
            
      <p style="text-align: left;" align="center"><strong><a href="http://tuttosullavoro.libero.it/gallery/16600/esodati-la-verita/attachment/pensione-3/" rel="attachment wp-att-16601"><img class="alignnone size-full wp-image-16601" title="pensione" src="http://tuttosullavoro.libero.it/wp-content/uploads/2012/06/pensione.jpg" alt="" width="611" height="241" /></a> </strong></p>
<p>Altro che 65.000. Gli <a href="http://tuttosullavoro.libero.it/gallery/14098/esodati-le-novita/"><span style="color: #ff0000;">esodati</span></a> potrebbero essere, in realtà, ben 390.200. Migliaia e migliaia di lavoratori che, a causa del Decreto Salva Italia e del Milleproroghe, si ritrovano in una situazione paradossale: niente stipendio e niente pensione. Una sorta di limbo. Ma ciò che ha fatto davvero scalpore è il come questi dati siano stati diffusi. Un come che ha scatenato una guerra tra il Ministro del Lavoro Fornero e i vertici Inps con tanto di convocazioni d’urgenza e comunicati colmi d’ira funesta. Un caos vero e proprio. Occorre quindi andare con ordine e ricostruire i fatti.</p>
<p>Settimana scorsa, il Ministero del Lavoro e il Ministero dell’Economia hanno firmato l’atteso “Decreto Esodati”, cioè il provvedimento che avrebbe deciso le sorti di tanti lavoratori “salvaguardandoli” – o forse sarebbe  meglio dire “salvandoli” – dalle novità introdotte dalla Riforma circa i requisiti d’accesso alla pensione. L’adozione di tale decreto era stata prevista nella stessa manovra Salva Italia, ai commi 14 e 15 dell’art. 24 dell’ormai noto D.L. n. 201/2011. Più specificamente, il comma 14 stabilisce che, oltre ai lavoratori con requisiti maturati entro il 31 dicembre 2011, sono “risparmiati” dalle neo regole sull’età pensionabile anche un numero limitato di lavoratori con requisiti raggiunti successivamente a tale data e appartenenti a determinate categorie. Quest’ultime (così come modificate e integrate dal Milleproroghe e dal Decreto Esodati) sono: lavoratori in mobilità ex artt. 4 e 24 della Legge n. 223/1991 che abbiano cessato l’attività lavorativa alla data del 4 dicembre 2011 e che abbiano perfezionato i requisiti entro il periodo di fruizione dell’indennità di mobilità ex art. 7, commi 1 e 2, della citata legge; lavoratori in mobilità lunga (art. 7, commi 6 e 7, L. n. 223/1991) con attività di lavoro terminata al 4 dicembre 2011; lavoratori che, sempre al 4 dicembre 2011, siano stati titolari di prestazione straordinaria a carico dei fondi di solidarietà di settore ex art. 2, co. 28, Legge n. 662/1996, e lavoratori che, anche se hanno ottenuto la titolarità dopo tale data, abbiano avuto accesso alla stessa con autorizzazione dell’Inps (gli interessati, tuttavia, restano a carico dei Fondi fino al compimento dei 62 anni d’età); i prosecutori volontari della contribuzione autorizzati prima del 4 dicembre, che abbiano comunque maturato i requisiti necessari per la pensione in base alla nuova normativa entro un periodo non superiore a 24 mesi dall’entrata in vigore del D.L. n. 201/2011, che non abbiano ripreso a lavorare dopo l’autorizzazione alla prosecuzione e che possiedano almeno un contributo volontario accreditato o accreditabile all’entrata in vigore del predetto decreto; lavoratori con esonero dal servizio di cui all’art. 72, co. 1, del D.L. n. 112/2008, alla data del 4 dicembre 2011; lavoratori con congedo per assistere figli con grave disabilità (art. 42, co. 5, D.Lgs. n. 151/2001) il cui requisito contributivo per l’accesso alla pensione a prescindere dall’età anagrafica si è perfezionato entro 24 mesi dall’inizio del congedo; lavoratori cessati ai sensi dell’art. 6, co. 2-<em>ter</em>, del D.L. n. 216/2011, con risoluzione del rapporto entro il 31 dicembre 2011 sulla base di accordi individuali, o sulla base di accordi collettivi di incentivo all’esodo, senza successiva rioccupazione.</p>
<p>In parole povere, quindi, entro tre mesi dall’entrata in vigore della legge di conversione della Manovra Monti, il Ministro Fornero avrebbe dovuto stabilire con decreto non solo la quota totale di lavoratori con requisiti maturati dopo il 31 dicembre 2011 ammessi all’esonero, ma anche la loro ripartizione tra le poc’anzi elencate categorie. Tale quota, secondo quanto indicato dal decreto in esame, è pari a 65.000 unità. Questo il numero di “salvaguardati”. Già, peccato che, alla luce di una Relazione interna dell’Inps diffusa dall’ANSA, l’armata di esodati ammonterebbe, in verità, a 390.200 persone.</p>
<p>E ritorniano quindi alla guerra che si è scatenata. Il Ministro Fornero, dopo aver convocato d’urgenza presidente e direttore generale dell’Inps, ha non solo sottolineato che nel comunicato stampa relativo al Decreto Esodati, è scritto testualmente che il Governo è “consapevole che il provvedimento non esaurisce la platea di persone interessate alla salvaguardia” e che, al riguardo, si cercheranno “soluzioni eque e finanziariamente sostenibili”, ma ha anche duramente condannato l’operato dei vertici Inps manifestando loro “la propria disapprovazione” e “deplorando la parziale non ufficiale diffusione di informazioni che ha provocato disagio sociale”.</p>
<p>Mettiamo un attimo da parte i “bisticci” istituzionali e torniamo al nodo della questione.  65.000 lavoratori possono ancora sperare di evitare il baratro del no stipendio – no pensione. Bene, ma tutti gli altri 325.200 stimati dall’Inps? Anche qualora tale cifra includa sia esodati che esodandi, imponendo dunque una lettura nel lungo periodo, si farà davvero qualcosa al riguardo o, come al solito, si opterà per la tecnica dello scaricabarile?</p>
<p>Sfoglia gli <a href="http://tuttosullavoro.libero.it/category/annunci-di-lavoro/"><span style="color: #ff0000;"><span style="color: #ff0000;"><strong>ANNUNCI DI LAVORO</strong></span></span></a></p>
<p>Redazione Global Publishers<br />
<em>Fonte: ANSA.it</em></p>
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		<title>Pensioni: facciamo il punto</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 06:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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      Oggi, 1 marzo, è l’ultimo giorno utile per richiedere la pensione anticipata da lavoro usurante. Sul suo sito, l&#8217;Inps riporta le procedure e la documentazione necessaria per ottenerla (www.inps.it). Come sappiamo il 6 dicembre 2011 è stato approvato il decreto che riforma il sistema pensionistico (decreto 201/2011) e per molti la tanto attesa data si [...]]]></description>
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      <p><strong><a href="http://tuttosullavoro.libero.it/gallery/10950/pensioni-facciamo-il-punto/attachment/inps-3/" rel="attachment wp-att-10951"><img class="alignnone size-full wp-image-10951" title="inps" src="http://tuttosullavoro.libero.it/wp-content/uploads/2012/03/inps.jpg" alt="" width="611" height="241" /></a><br />
</strong></p>
<p>Oggi, 1 marzo, è l’ultimo giorno utile per richiedere la pensione anticipata da lavoro usurante. Sul suo sito, l&#8217;Inps riporta le procedure e la documentazione necessaria per ottenerla (www.inps.it). Come sappiamo il 6 dicembre 2011 è stato approvato il decreto che riforma il sistema pensionistico (decreto 201/2011) e per molti la tanto attesa data si è allontanata parecchio. Ecco un breve riassunto della situazione attuale.</p>
<p><strong>Usuranti</strong>. Come abbiamo detto sopra, nonostante l’aumento anche per loro dell’età, i lavoratori che rientrano nei lavori usuranti potranno andare in pensione prima degli altri. Dovranno cominciare a prenotarsi entro il 1 marzo, se vorranno godere delle quote. Per loro, infatti, quest’anno vale quota 96 (60 anni di età e 36 di contributi). Dal 2013 ci sarà quota 97 più tre mesi. Per tutti scatta comunque la finestra di 12 mesi. I notturni avranno quota 96 con 78 notti, quota 97 con 72-77 notti e quota 98 con 64-71 notti.</p>
<p><strong>Precoci</strong>. I lavoratori che hanno iniziato a lavorare tra i 16 e i 19 anni potranno andare in pensione sino al 2017 con i 42 anni di contribuzione senza dover aspettare i 62 anni.</p>
<p><strong>Esodati</strong>. Rischiano di non avere né lavoro né pensione per un po’ di tempo. Per loro c’è un rinvio a un decreto da emanare entro giugno per verificare l’allargamento dei benefici dell’esonero a coloro che, pur avendo sottoscritto accordi sindacali entro il 4 dicembre, dovrebbero riscuotere la pensione nel 2012-13. Potranno andare in pensione coloro che hanno risolto il rapporto di lavoro entro il 31 dicembre 2011.</p>
<p><strong>Donne</strong>. Le donne che, con 35 o più anni di contributi e un’età di 57 anni se dipendenti e 58 anni se autonome, possono optare per la liquidazione del trattamento con il sistema contributivo, riducendo quindi in parte l’assegno. Invece, le donne che maturano entro il 31 dicembre di quest’anno i 60 anni di età e la contribuzione minima di 20 anni potranno andare in pensione a 64 anni.</p>
<p><strong>Riscatto laurea</strong>. Il riscatto della laurea vale ancora al fine del raggiungimento dei 42 anni di anzianità. La legge del 2008, infatti, prevede che siano riscattabili gli anni di laurea, i diplomi universitari, i diplomi di specializzazione, i dottorati, purché conseguiti in periodi non coperti da contribuzione. Si può riscattare la laurea anche se inoccupati, in questo caso può intervenire la famiglia che avrà una deducibilità fiscale del 19%. Ogni anno di riscatto, che per la legge è riferito al minimale autonomi (15mila euro), costa circa 5mila euro. Il riscatto serve sia per l’accorciamento dell’anzianità che per l’ammontare della pensione.</p>
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<p>Redazione Global Publishers<br />
<em>Fonte: Lastampa.it</em></p>
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		<title>Apprendistato: buco nell’acqua</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 06:55:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Cerizza</dc:creator>
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      Testo unico sull’apprendistato: ancora nessun intervento di regolamentazione a livello regionale. Siamo alle solite. Tante preannunciate novità, redazione e promulgazione della riforma, ma tempi elefantiaci e ritardi per la sua applicazione concreta. Così è accaduto anche per la riforma del contratto di apprendistato contenuta nel decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167. Riforma che prevedeva, [...]]]></description>
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      <p><a href="http://tuttosullavoro.libero.it/gallery/10408/apprendistato-buco-nell%e2%80%99acqua/attachment/team_capo-3/" rel="attachment wp-att-10409"><img class="alignnone size-full wp-image-10409" src="http://tuttosullavoro.libero.it/wp-content/uploads/2012/02/team_capo1.jpg" alt="" width="611" height="241" /></a></p>
<p>Testo unico sull’apprendistato: ancora nessun intervento di regolamentazione a livello regionale. Siamo alle solite. Tante preannunciate novità, redazione e promulgazione della <span style="color: #ff0000;"><a href="http://tuttosullavoro.libero.it/gallery/8741/riforma-del-lavoro-prime-indiscrezioni/"><span style="color: #ff0000;">riforma</span></a></span>, ma tempi elefantiaci e ritardi per la sua applicazione concreta. Così è accaduto anche per la riforma del contratto di <a href="http://tuttosullavoro.libero.it/gallery/5652/apprendistato-nuovo-testo-unico-2/"><span style="color: #ff0000;">apprendistato</span></a> contenuta nel decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167. Riforma che prevedeva, tra le altre cose: una nuova riclassificazione delle tipologie di detto contratto (apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, di alta formazione e ricerca, apprendistato professionalizzante o “contratto di mestiere”); il requisito della forma scritta per il patto di prova e per il relativo piano formativo individuale, da definire entro 30 giorni dalla firma del contratto; il divieto di pagamento a cottimo dell’apprendista; la presenza di un tutore o di un referente aziendale in affiancamento; la possibilità di prolungamento del periodo di apprendistato in caso di malattia, infortunio o altra causa involontaria di sospensione del rapporto lavorativo superiore ai 30 giorni; l’impossibilità di recedere durante il periodo di formazione in mancanza di una giusta causa o di un giustificato motivo; l’applicazione, anche in favore degli apprendisti, delle normative previdenziali e di assistenza sociale obbligatoria in merito ad assicurazione per infortuni sul lavoro e malattie professionali, assicurazione contro le malattie, l’invalidità e la vecchiaia, assegni familiari e maternità.</p>
<p>Il testo era entrato in vigore il 25 ottobre 2011 ma, per la disciplina più pregnante della materia, l’attività di regolamentazione era stata affidata alle Regioni e ad appositi accordi interconfederali. In particolare, entro sei mesi da tale data, si sarebbe dovuto procedere all’emanazione delle nuove previsioni normative e alla contestuale abrogazione di quelle in vigore. Tale scadenza risulta essere il 25 aprile 2012, ma allo stato attuale solo la regione Lazio ha redatto una proposta di legge per le tre nuove tipologie di apprendistato, nonostante sia ancora necessario l’esame del consiglio regionale. Nel resto dell’Italia l’iter è ancora alle fasi iniziali o, addirittura, non è stato neanche avviato.<br />
Come si comporterà il Governo nel caso in cui i tempi prefissati non vengano rispettati? Come risolvere una tale disomogeneità dell’azione regolamentativa regionale? Ma soprattutto: quanto bisogna attendere prima che le novità della riforma trovino concreta applicazione?</p>
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<p>Laura Giulia Cerizza<br />
Redazione Global Publishers</p>
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		<title>Perché la riforma degli ammortizzatori</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 06:20:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ichino – Brugnatelli e Associati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cosa dice la Legge]]></category>
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      Nella regione Veneto, che ha meno di 5 milioni di abitanti, nel corso del 2011 sono stati stipulati 145.600 contratti a tempo indeterminato ordinario, cui se ne sono aggiunti 515.000 a termine e 27.600 di lavoro domestico (per dati più analitici v. le slides di una mia recente lezione all’Università di Firenze, La riforma del [...]]]></description>
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      <p><a href="http://tuttosullavoro.libero.it/gallery/10323/perche-la-riforma-degli-ammortizzatori/attachment/monete-6/" rel="attachment wp-att-10324"><img class="alignnone size-full wp-image-10324" src="http://tuttosullavoro.libero.it/wp-content/uploads/2012/02/monete1.jpg" alt="" width="611" height="241" /></a></p>
<p>Nella regione Veneto, che ha meno di 5 milioni di abitanti, nel corso del 2011 sono stati stipulati 145.600 contratti a tempo indeterminato ordinario, cui se ne sono aggiunti 515.000 a termine e 27.600 di lavoro domestico (per dati più analitici v. le slides di una mia recente lezione all’Università di Firenze, <a href="http://www.pietroichino.it/?p=19443" target="_blank"><em>La riforma del lavoro e le contraddizioni della nostra cultura in questo campo</em></a>). Il Veneto è la regione italiana economicamente più vitale, in questo momento; ma nel resto d’Italia nello stesso anno si stima che siano stati stipulati oltre sei milioni di contratti di lavoro. Anche in un anno di crisi, dunque, di lavoro ce n’è.<br />
Ancora nel Veneto, nel corso del 2011 sono stati licenziati 34.478 lavoratori. Negli ultimi due anni, il 40 per cento di quelli che hanno cercato un nuovo posto lo hanno trovato in un mese; il 60 per cento entro tre mesi; l’81 per cento entro un anno. Non, però, chi è stato collocato in Cassa integrazione: in questo caso la disoccupazione può durare anche sette anni, come è accaduto e accade ai dipendenti della Fimek di Padova, o a quelli della Iar Siltal di Bassano del Grappa. Lo stesso accade normalmente in tutta Italia: la durata del periodo di disoccupazione tende a coincidere con quella dell’integrazione salariale.</p>
<p>Questo è il motivo per cui il ministro del Lavoro oggi invita imprenditori e sindacati a ripensare il modo in cui usiamo affrontare le crisi occupazionali aziendali: è il tema di cui si discute oggi alla sede del ministero di via Veneto. La Cassa integrazione è uno strumento prezioso; ma serve per tenere i lavoratori legati all’azienda nelle situazioni di crisi temporanea, o di ristrutturazione, nelle quali vi è motivo di ritenere che il lavoro potrà riprendere nell’azienda stessa. Dunque, non può essere la Cassa integrazione lo strumento giusto per sostenere i lavoratori nella ricerca di una nuova occupazione, in un’azienda diversa. Invece, ogni volta che si verifica una crisi aziendale con necessità di ridurre il personale o addirittura chiudere l’unità produttiva, la prima misura che tutti immancabilmente concordano di adottare è la Cassa integrazione; in questo modo si fa il danno dei lavoratori, perché li si tiene legati a un’impresa che non potrà più dare loro lavoro. Si congela la situazione senza affrontare il problema; anzi lo si aggrava, perché è dimostrato che, quanto più lungo è stato il periodo di inattività del lavoratore dopo la perdita del posto, tanto più è difficile ricollocarlo.</p>
<p>A chi perde il posto occorre dare un sostegno del reddito anche più robusto di quello offerto dalla Cassa integrazione: la proposta è di aumentare la copertura dell’ultima retribuzione al 90 per cento per il primo anno e alzare il “tetto” mensile a 3000 euro. Ma questo intervento deve essere coniugato con un’assistenza intensiva nella ricerca della nuova occupazione e deve essere condizionato alla disponibilità effettiva del lavoratore. Il dato relativo al Veneto non si discosta dalla media nazionale: se dunque, come si è visto, otto lavoratori su dieci senza particolari aiuti ritrovano il posto entro un anno, con una buona assistenza intensiva si può realisticamente puntare alla ricollocazione entro un anno di nove su dieci. E del decimo entro il secondo anno. Come accade da tempo nei Paesi più avanzati del nostro.<br />
Ci guadagneranno i lavoratori, in termini di maggiore sicurezza economica e professionale. Ci guadagneranno le imprese, in termini di maggiore facilità dell’aggiustamento degli organici e quindi flessibilità delle strutture produttive. Ci guadagneranno gli uni e le altre in termini di riduzione dei contributi previdenziali e del costo del lavoro, con conseguente possibilità di aumento delle retribuzioni nette.</p>
<p>Pietro Ichino</p>
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		<title>Riforma pensioni: primi chiarimenti</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 06:55:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cosa dice la Legge]]></category>
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		<category><![CDATA[novità]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni]]></category>
		<category><![CDATA[riforma]]></category>

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		<description><![CDATA[      
            
            
            
      Dopo la definitiva conversione del decreto “Salva Italia” (Legge n. 214/2011), ecco giungere i primi chiarimenti da parte dell’Inps circa la tanto contestata riforma del sistema pensionistico approntata dal Governo Monti. Con il messaggio n. 1405/2012, infatti, l’Istituto previdenziale fa il punto della situazione fornendo alcune precisazioni operative sulla nuova normativa. Per essere sempre aggiornato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[      
            
            
            
      <p>
<div class="ngg-imagebrowser" id="ngg-imagebrowser-176-9458">

	<h3></h3>

	<div class="pic">
	<a href="http://tuttosullavoro.libero.it/gallery/9458/riforma-delle-pensioni-primi-chiarimenti/?pid=1076" title="Innanzitutto, cambiano le denominazioni: non si parla più di pensioni di vecchiaia, di vecchiaia anticipata e di anzianità, ma solamente di “pensione di vecchiaia” e di “pensione anticipata”. A partire dal 1° gennaio 2012, i requisiti necessari per il loro conseguimento subiscono poi un mutamento “al rialzo” per quanto riguarda l’età anagrafica e contributiva.&lt;br&gt;&lt;br&gt;

- &lt;b&gt;Pensione di vecchiaia&lt;/b&gt;: 62 anni per le donne dipendenti, 63 e mezzo per le donne autonome e 66 per gli uomini. I contributi da maturare sono pari a 20 anni e 1040 settimane. &lt;br&gt;&lt;br&gt;

-&lt;b&gt; Pensione anticipata&lt;/b&gt;: 41 anni e un mese di contributi per le donne, 42 anni e un mese per gli uomini. &lt;br&gt;&lt;br&gt;

In merito ai tempi di decorrenza, con il nuovo sistema previdenziale la pensione di vecchiaia verrà erogata dal primo giorno del mese successivo a quello della maturazione dell’ultimo requisito – anagrafico o contributivo – a condizione che l’attività lavorativa dipendente sia stata terminata. Allo stesso modo, per quanto concerne la pensione anticipata, essa decorrerà dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda. Anche in questo caso, il rapporto di lavoro subordinato deve essere cessato.
Infine, in relazione alla “pensione di vecchiaia contributiva” (la quale rientra nella categoria di “pensione di vecchiaia”), trovano applicazione i predetti requisiti anagrafici e contributivi a partire dal 1° gennaio 2012. Per coloro che sono iscritti dal 1° gennaio 1996, dunque, la maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia si perfeziona qualora l’ammontare della prestazione non sia inferiore – per il 2012 – a 1,5 volte all’importo dell’assegno sociale ex art. 3, comma 6 della Legge n. 335/1995. Ciò non vale per chi, pur essendo iscritto dal 1° gennaio 1996, abbia un’età anagrafica superiore a 70 anni; in questo caso, infatti, resta valido il requisito di 5 anni di contributi effettivamente versati. (continua alla pagina succesiva)&lt;br&gt;&lt;br&gt;
">

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		<div class="counter">Picture 1 of 2</div>
<!--<br/>		<div class="ngg-imagebrowser-desc"><p>Innanzitutto, cambiano le denominazioni: non si parla più di pensioni di vecchiaia, di vecchiaia anticipata e di anzianità, ma solamente di “pensione di vecchiaia” e di “pensione anticipata”. A partire dal 1° gennaio 2012, i requisiti necessari per il loro conseguimento subiscono poi un mutamento “al rialzo” per quanto riguarda l’età anagrafica e contributiva.<br><br>

- <b>Pensione di vecchiaia</b>: 62 anni per le donne dipendenti, 63 e mezzo per le donne autonome e 66 per gli uomini. I contributi da maturare sono pari a 20 anni e 1040 settimane. <br><br>

-<b> Pensione anticipata</b>: 41 anni e un mese di contributi per le donne, 42 anni e un mese per gli uomini. <br><br>

In merito ai tempi di decorrenza, con il nuovo sistema previdenziale la pensione di vecchiaia verrà erogata dal primo giorno del mese successivo a quello della maturazione dell’ultimo requisito – anagrafico o contributivo – a condizione che l’attività lavorativa dipendente sia stata terminata. Allo stesso modo, per quanto concerne la pensione anticipata, essa decorrerà dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda. Anche in questo caso, il rapporto di lavoro subordinato deve essere cessato.
Infine, in relazione alla “pensione di vecchiaia contributiva” (la quale rientra nella categoria di “pensione di vecchiaia”), trovano applicazione i predetti requisiti anagrafici e contributivi a partire dal 1° gennaio 2012. Per coloro che sono iscritti dal 1° gennaio 1996, dunque, la maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia si perfeziona qualora l’ammontare della prestazione non sia inferiore – per il 2012 – a 1,5 volte all’importo dell’assegno sociale ex art. 3, comma 6 della Legge n. 335/1995. Ciò non vale per chi, pur essendo iscritto dal 1° gennaio 1996, abbia un’età anagrafica superiore a 70 anni; in questo caso, infatti, resta valido il requisito di 5 anni di contributi effettivamente versati. (continua alla pagina succesiva)<br><br>
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<br><p>Innanzitutto, cambiano le denominazioni: non si parla più di pensioni di vecchiaia, di vecchiaia anticipata e di anzianità, ma solamente di “pensione di vecchiaia” e di “pensione anticipata”. A partire dal 1° gennaio 2012, i requisiti necessari per il loro conseguimento subiscono poi un mutamento “al rialzo” per quanto riguarda l’età anagrafica e contributiva.<br><br>

- <b>Pensione di vecchiaia</b>: 62 anni per le donne dipendenti, 63 e mezzo per le donne autonome e 66 per gli uomini. I contributi da maturare sono pari a 20 anni e 1040 settimane. <br><br>

-<b> Pensione anticipata</b>: 41 anni e un mese di contributi per le donne, 42 anni e un mese per gli uomini. <br><br>

In merito ai tempi di decorrenza, con il nuovo sistema previdenziale la pensione di vecchiaia verrà erogata dal primo giorno del mese successivo a quello della maturazione dell’ultimo requisito – anagrafico o contributivo – a condizione che l’attività lavorativa dipendente sia stata terminata. Allo stesso modo, per quanto concerne la pensione anticipata, essa decorrerà dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda. Anche in questo caso, il rapporto di lavoro subordinato deve essere cessato.
Infine, in relazione alla “pensione di vecchiaia contributiva” (la quale rientra nella categoria di “pensione di vecchiaia”), trovano applicazione i predetti requisiti anagrafici e contributivi a partire dal 1° gennaio 2012. Per coloro che sono iscritti dal 1° gennaio 1996, dunque, la maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia si perfeziona qualora l’ammontare della prestazione non sia inferiore – per il 2012 – a 1,5 volte all’importo dell’assegno sociale ex art. 3, comma 6 della Legge n. 335/1995. Ciò non vale per chi, pur essendo iscritto dal 1° gennaio 1996, abbia un’età anagrafica superiore a 70 anni; in questo caso, infatti, resta valido il requisito di 5 anni di contributi effettivamente versati. (continua alla pagina succesiva)<br><br>
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<p><em>Dopo la definitiva conversione del decreto “Salva Italia” (Legge n. 214/2011), ecco giungere i primi chiarimenti da parte dell’Inps circa la tanto contestata riforma del sistema pensionistico approntata dal Governo Monti. Con il messaggio n. 1405/2012, infatti, l’Istituto previdenziale fa il punto della situazione fornendo alcune precisazioni operative sulla nuova normativa.</em></p>
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		<title>Che ne sarà delle nostre pensioni?</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 13:36:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Cerizza</dc:creator>
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      Pensioni di anzianità, sistema contributivo e innalzamento dell’età pensionabile. Termini e questioni che, in questi giorni, dominano freneticamente conversazioni, dibattiti e domande. Ma quali sono i piani del governo Monti? E, in particolare, in che cosa consiste il sistema contributivo pro rata di cui si parla? Cerchiamo di capirlo. Innanzitutto, spieghiamo cosa si intende per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[      
            
            
            
      <p><a href="http://tuttosullavoro.libero.it/gallery/5575/che-ne-sara-delle-nostre-pensioni/attachment/soldi-4/" rel="attachment wp-att-5576"><img class="alignnone size-full wp-image-5576" src="http://tuttosullavoro.libero.it/wp-content/uploads/2011/11/soldi.jpg" alt="" width="611" height="241" /></a></p>
<p><strong>Pensioni di anzianità, sistema contributivo e innalzamento dell’età pensionabile</strong>. Termini e questioni che, in questi giorni, dominano freneticamente conversazioni, dibattiti e domande.<br />
Ma quali sono i piani del governo Monti? E, in particolare, in che cosa consiste il sistema contributivo <em>pro rata</em> di cui si parla? Cerchiamo di capirlo.</p>
<p>Innanzitutto, spieghiamo cosa si intende per sistemi contributivo e retributivo di calcolo della pensione.</p>
<p>Il sistema retributivo è un criterio di calcolo con cui l’ammontare della pensione da erogare viene strettamente legato alla media degli ultimi stipendi percepiti dal lavoratore (o redditi in caso di lavoro autonomo); quest’ultima viene giustamente rivalutata in base agli indici Istat stabiliti su base annuale. Altri elementi presi in considerazione sono i contributi accreditati sul conto assicurativo del lavoratore fino a un massimo di 40 anni e un’aliquota di rendimento annuale. La pensione così determinata, è composta da due diverse quote: l’una calcolata in base ai contributi versati al 31 dicembre 1992 e in relazione alla media delle retribuzioni degli ultimi 5 anni per i dipendenti, e degli ultimi 10 anni per gli autonomi; l’altra in base all’anzianità contributiva raccolta dal 1° gennaio 1993 fino alla data in cui decorre la pensione, e con riferimento alla media delle retribuzioni degli ultimi 10 o 15 anni rispettivamente per i dipendenti e per i lavoratori autonomi.</p>
<p>Il sistema contributivo tiene conto, invece, dei contributi versati dal lavoratore e dal datore di lavoro nel corso di tutta la vita lavorativa. Ogni anno, il 33% dello stipendio del dipendente (20% per i lavoratori autonomi) viene dunque accantonato e la somma di tutti i contributi versati determinerà il c.d. montante individuale necessario per il calcolo della pensione. Al fine di preservarne il valore, detto montante è soggetto ad una rivalutazione annuale correlata all’andamento del Prodotto Interno Lordo e, in particolare, alla sua variazione media rilevata negli ultimi 5 anni. Infine, alla somma così determinata si applica un coefficiente di trasformazione diverso a seconda dell’età del lavoratore al momento della pensione. Più si ritarda il momento di ritiro dal lavoro, più favorevole è il coefficiente.</p>
<p>In principio, in Italia trovava applicazione unicamente il criterio di calcolo di tipo retributivo, gravando lo Stato di un peso economico eccessivo che non era in grado di sostenere; con tale sistema, infatti, le pensioni percepite risultavano eccessivamente elevate e superiori all’ammontare dei contributi versati. Nel tentativo di ovviare a questa inefficienza, nel 1995 intervenne la riforma delle pensioni di Lamberto Dini volta all’introduzione del sistema contributivo. In particolare, l’applicazione dei diversi metodi di calcolo venne legata al numero di anni lavorativi maturati al 31 dicembre 1995. Più specificamente:</p>
<p>- Sistema retributivo per coloro che a quella data avevano versato almeno 18 anni di contributi;</p>
<p>- Sistema contributivo per coloro che hanno iniziato a lavorare solo dopo il 1995;</p>
<p>- Sistema misto (di transazione) per chi non aveva ancora collezionato 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995. Per l’anzianità maturata fino a tale data si applica il sistema retributivo, mentre per l’anzianità maturata dal 1° gennaio 1996 è adottato il sistema contributivo.</p>
<p><strong>Cosa cambierà, dunque, con il progetto di riforma avviato da Monti?</strong><br />
L’intenzione è di introdurre in via integrale il sistema contributivo a partire dal 2012. Dal prossimo anno, perciò, troverà applicazione solamente detto sistema di calcolo, ma sarà un sistema contributivo <em>pro rata</em>, cioè coinvolgerà unicamente i contributi versati dal 2012 e non quelli già maturati in precedenza.</p>
<p>Inoltre, l’età pensionabile dovrebbe passare dall’attuale fascia 57-65 anni alla nuova fascia 63-70 anni e verranno previsti sistemi di “incentivi” per indurre i lavoratori ad andare in pensione il più tardi possibile applicando al montante contributivo coefficienti connessi all’età e all’aspettativa di vita media.</p>
<p>L’obbiettivo è dunque quello di ridurre ed eliminare le inefficienze e le iniquità dell’attuale sistema previdenziale. Staremo a vedere.</p>
<p>Laura Giulia Cerizza<br />
Redazione Global Publishers</p>
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